Jen Lindley era il mio personaggio preferito: ribelle, anticonformista, atea integralista, disincantata, una sedicenne ormai già vecchia e saggia eppure sbagliava e piangeva come una bimba di tre.
Jen Lindley è la ragazza che viene da New York, si trasferisce in campagna e tutti la guardano come quella che ha fatto la pipì sul tappeto in casa degli altri: una che è venuta a rompere le scatole. Per carità, interessante quanto vuoi, intelligente quanto vuoi, ma pur sempre un personaggio atipico con le sue paranoie da vittima, la sua aria di prepotente sapientona. Sbaglia compagnie; è infelice e si ubriaca; odia il bigottismo di provincia e incarna l’anima liberale dei giovani radicals americani; non crede in Dio eppure sente che comunque le manca qualcosa; è un’anima tormentata che va alla ricerca: disperata ricerca di qualcosa che non troverà mai. Manco morta.
Se sei una Jen Lindley lo senti fin da piccolo/a. Malinconico, megalomane, lunatico è il tuo atteggiamento già dai primi anni di vita. Sfigato-represso con desideri di rivincita alle superiori; splendido eppure maledetto negli anni della giovinezza.
Insomma: sai di essere un predestinato, uno di coloro che la felicità non la troveranno mai. Uno di quei personaggi secondari così interessanti e complicati che, appunto, è meglio non approfondire troppo, che è meglio lasciare ai margini. La gente difatti, tende a prendere le distanze dalle Jen Lindley perché bevono sapendo che è sbagliato, perché vanno alle feste con le migliori aspettative e si ritrovano sole a piangere in macchina senza sapere il perché, perché credono che non sempre c’è il lieto fine e molto spesso la fine è soltanto la lunga attesa del meno peggio. La gente preferisce le persone semplici, preferisce quelli fatti di amore-dio-fiori-ottimismo-simpatia, mentre con le Jen Lindley parlano solo di politica o cinema.
Le Jen Lindley passano il loro tempo in camera loro a pensare e aspettare. Aspettare che dal nulla spunti la tanto attesa "mano della salvezza" che le porti in una realtà ancora non vissuta appieno e libera dalle tristezze. L'atteggiamento delle Jen Lindley assomiglia un pò a quello Pasoliniano: affondi volontariamente nella merda convinto che più grande è la tua dannazione, più grande è il tuo peccato, e più pura e bella sarà la tua salvezza, il tuo perdono. Ovviamente sbagli, perchè la salvezza e il perdono non arrivano mai.
Le Jen Lindley muoiono giovani. Perché se c’è un personaggio che deve morire non si può scegliere tra i Dawson Leery con la carriera avviata o le Joey Potter con i turbini sentimentali o i Jack McPhee con i dubbi sulla sessualità. Si sceglie di far morire chi in una serie televisiva non ha un futuro certo.
E quindi rassegnata, la Jen Lindley di turno lascia la scena, muore. Non prima però di aver lanciato il suo ultimo grido di libertà e orgoglio dannato, alto e sincero come soltanto pochi. Straziante e tormentata ti racconta di come avrebbe voluto tanto essere felice; di come avrebbe voluto tanto credere anche lei in qualcosa, come tutti i personaggi principali della serie; di come l’amore l’abbia sfiorata solo per fregarla, e inacidirla, e renderla sempre più scettica nei confronti della vita. Ma tanto lei, della vita ormai, non gliene frega nulla. Li ha perdonati tutti. Perché dimenticavo di dirvi che le Jen Lindley sono buone, molto più buone dei personaggi semplici che credono nell’amore-dio-fiori e compagnia cantante.
Come si guarisce dalla sindrome di Jen Lindley? Purtroppo al momento non c'è una cura. Si sopravvive, ascoltando musica triste, come le colonne sonore del telefilm. E sperando che abbiano sbagliato diagnosi, di non avere la sindrome di Jen Lindley. Però sperando anche di non assomigliare ad uno di quei personaggi principali così patetici e semplici. Insomma: una via di mezzo con caratteristiche proprie. Che qualcuno si accorga che nel vostro cuore c'è una luce che brilla, magari sarà anche brutta sta luce: puzzerà di alcool e sigarette e cattiveria. Ma in ogni caso splende molto più delle altre così pulite e leggere.
Mi è venuto un magone al pensiero del videomeassaggio alla figlia, o lei che balla piangendo sulla poltrona con le cuffie nelle orecchie, a lei che alla nonna bigotta porta un gay in casa, a lei che da quell'incendio non era così sicura di voler uscire, lei sul molo ubriaca, a lei che scende da quel taxi giallo.
Sono una Jen Lindley anch'io, perennemente in lotta contro il mondo, che è metaforicamente la nonna bigotta e conformista alla quale Jen non è mai riuscita a far dire nemmeno la parola "pene"! ...che scena memorabile! "verrò in chiesa quando tu dirai pene! forza nonna, pene, pene, pene!"
